Ieri sera tornato a casa dopo una lunga giornata mi sono messo a scorrere le notizie dei quotidiani di informazione e sulle prime pagine campeggiavano le immagini di Mattarella e La Russa.
Il contrasto è plastico, quasi simbolico. Da una parte il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella che sceglie la sobrietà dei gesti e la forza del silenzio istituzionale, recandosi a Niscemi, luogo che richiama le ultime tragedie del nostro Paese, la realtà delle piccole comunità locali e il rapporto fra territorio e decisioni strategiche dello Stato. Dall’altra il Presidente del Senato Ignazio La Russa che interviene nel dibattito mediatico su Sanremo, con tanto di video ad hoc, sollecitando il direttore artistico Carlo Conti a “riparare” con il comico Andrea Pucci attraverso un invito sul palco dell’Ariston.
Due piani che dovrebbero restare distinti e che invece finiscono per sovrapporsi, generando una sensazione di dissonanza nel racconto pubblico delle istituzioni.
La visita di Mattarella a Niscemi si colloca nella tradizione della Presidenza della Repubblica: presenza discreta, attenzione ai territori, messaggi indiretti ma chiari sulla centralità delle comunità e sul ruolo dello Stato come garante. Non c’è polemica, non c’è spettacolarizzazione. C’è l’idea, quasi pedagogica, che l’autorevolezza istituzionale si costruisca con la misura.
Le parole di La Russa su Sanremo, al contrario, si inseriscono in quella zona grigia dove politica, intrattenimento e comunicazione personale si confondono. Che un Presidente del Senato intervenga per suggerire scelte artistiche o televisive, per quanto con toni informali, apre inevitabilmente una questione di opportunità. Non è il merito della battuta o la simpatia per un comico a essere in discussione, ma il ruolo. Le istituzioni non sono commentatori social, e quando lo diventano il confine della credibilità si assottiglia.
Il punto non è il singolo episodio, che potrebbe essere liquidato come estemporaneo, bensì la ripetizione. Quando le uscite diventano frequenti, smettono di apparire casuali e iniziano a delineare uno stile. E lo stile, nelle cariche più alte dello Stato, è sostanza.
In questo senso il contrasto con Mattarella è inevitabile. Non per una competizione personale, ma per due diverse idee di rappresentanza: una che privilegia la sobrietà come forma di autorevolezza e un’altra che accetta la sovraesposizione mediatica come parte del ruolo politico anche nelle funzioni istituzionali.
La questione tocca un nodo più ampio: la credibilità delle istituzioni in un’epoca in cui la comunicazione è continua e la distinzione tra opinione privata e parola pubblica tende a dissolversi. Ogni intervento di chi ricopre ruoli apicali produce effetti simbolici che vanno oltre l’intenzione del momento.
Niscemi e Sanremo diventano così metafore. Da una parte la politica come presenza, ascolto e responsabilità. Dall’altra la politica che entra nel circuito dello spettacolo, rischiando di ridurre la propria voce a una tra le tante. Due facce della stessa medaglia, appunto. Perché la politica contemporanea vive inevitabilmente dentro la comunicazione. Ma la differenza, quella che separa l’autorevolezza dalla semplice visibilità, continua a dipendere dalla capacità di riconoscere quando parlare e, soprattutto, quando non farlo.