01 Jul
01Jul

Si avvicinano le elezioni e, come da tradizione, si riaccende il sacro fuoco del cambiamento. Tornano le grandi promesse, le ricette miracolose, gli appelli alla speranza e le accuse ai patti elettorali traditi. Si rispolverano slogan, si inventano simboli, si fondano movimenti e partiti che si autoproclamano nuovi, alternativi, rivoluzionari. Si ricomincia dalla riforma della legge elettorale!

Tutti dichiarano di voler occupare uno spazio politico rimasto vuoto. Ma siamo davvero sicuri che il problema siano gli spazi vuoti?

A guardare bene, viene il sospetto che gli spazi siano sempre gli stessi e che a contenderseli siano sempre le stesse persone. Volti noti che da decenni attraversano la politica italiana come navigatori esperti delle correnti del momento. Hanno attraversato il fiume da una sponda all'altra più volte di quanto gli elettori riescano a ricordare. Sono stati di destra, di centro, di sinistra, moderati, riformisti, progressisti, popolari, civici e persino antisistema. Hanno cambiato partiti, simboli e alleanze con una facilità sorprendente, mantenendo però intatto un unico obiettivo: restare dentro il gioco.

Sul petto si appuntano etichette sempre nuove. "Noi siamo cattolici". "Noi siamo liberali". "Noi siamo progressisti". "Noi siamo conservatori". Ma dietro le definizioni, spesso, si intravede il vuoto di una politica che ha smarrito il rapporto con la realtà e con i cittadini.

La verità è che il problema della politica italiana oggi non è la mancanza di partiti. Non è la carenza di capi partito (mancano i leader). Non è neppure l'assenza di slogan o di programmi elettorali. Il vero problema è la crescente disaffezione dei cittadini alla vita democratica del Paese. È lì che si consuma la crisi più grave.

Mentre i professionisti della politica discutono di alleanze, candidature e strategie, milioni di persone scelgono di non partecipare più. Non votano, non si interessano, non credono che il loro contributo possa fare la differenza. Ad ogni tornata elettorale cresce il numero di coloro che restano a casa, non per disinteresse verso il futuro del Paese, ma perché non si sentono più rappresentati da un sistema che appare autoreferenziale e distante.

Eppure questo tema sembra non interessare quasi nessuno.La discussione pubblica ruota sempre attorno agli stessi protagonisti, agli stessi equilibri, agli stessi giochi di potere. Si parla di chi guiderà una coalizione, di chi entrerà in lista, di chi tradirà chi e di chi si alleerà con chi. Si parla di tutto, tranne che della vera emergenza democratica: la perdita progressiva di fiducia dei cittadini nelle istituzioni e nella politica.

È paradossale. Mentre si moltiplicano i soggetti politici che dichiarano di voler rappresentare il popolo, il popolo si allontana sempre di più dalla politica. E allora la domanda diventa inevitabile: a chi si rivolgono davvero questi nuovi movimenti? A quale popolo parlano? A quale partecipazione intendono dare voce?

Perché se l'unico obiettivo è occupare uno spazio elettorale lasciato libero da qualcun altro, il risultato sarà soltanto l'ennesima operazione di maquillage politico. Un cambio di insegna sullo stesso edificio. Un nuovo logo sulla stessa struttura. Una diversa confezione per un prodotto che gli elettori conoscono già fin troppo bene. 

La democrazia non si rafforza moltiplicando i contenitori. Si rafforza restituendo ai cittadini la voglia e la convinzione di partecipare. Si rafforza quando la politica torna ad ascoltare invece di parlare soltanto. Quando costruisce comunità invece di clientele. Quando forma cittadini invece di cercare tifosi.

Finché questo non accadrà, continueremo ad assistere allo stesso spettacolo: nuovi partiti, nuovi simboli, nuove promesse e vecchi protagonisti, forse un nuovo personaggio lanciato per occupare uno scranno. Con una differenza sempre più evidente e preoccupante: ad ogni replica ci sarà meno pubblico in sala.

E una democrazia senza cittadini non è una democrazia malata. È una democrazia che rischia lentamente di svuotarsi del suo significato più profondo.

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