Sono stato sollecitato a condividere alcune considerazioni sulla recente nota della Congregazione per la Dottrina della Fede sul ruolo di Maria nella storia della salvezza. Ritengo che sia un documento di grande importanza teologica e pastorale. Essa si colloca nel solco della tradizione viva della Chiesa e intende riaffermare la corretta comprensione del posto della Vergine nel mistero di Cristo e della Chiesa, alla luce del Concilio Vaticano II.
Nel corso dei secoli, la devozione popolare verso Maria ha conosciuto una straordinaria espansione. Tuttavia, non sono mancati momenti in cui, pur animati da sincera pietà, alcuni fedeli e teologi hanno finito per innalzare Maria a un livello quasi divino, rischiando di collocarla accanto — o addirittura al pari — delle Persone della Santissima Trinità.
La nota della Congregazione ricorda con chiarezza che Maria non è una divinità, ma la creatura redenta in modo eminente, scelta da Dio per essere la Madre del Figlio e, attraverso di Lui, Madre della Chiesa. Il suo “sì” all’Annunciazione apre la via della salvezza, ma non le conferisce alcun ruolo autonomo o paritario rispetto all’unico Redentore, Gesù Cristo.
Un punto centrale del documento riguarda l’uso improprio di alcuni titoli mariani, in particolare quelli di “Corredentrice” e “Dispensatrice di tutte le grazie”. La Congregazione non nega che Maria abbia partecipato in modo singolare all’opera redentrice del Figlio con la sua fede, il suo dolore sotto la croce e la sua totale disponibilità alla volontà di Dio. Tuttavia, il termine corredentrice, se interpretato in senso teologico rigido o parallelo a Cristo, rischia di oscurare la verità fondamentale: Cristo è l’unico Mediatore tra Dio e gli uomini (1Tm 2,5).
Analogamente, definire Maria “dispensatrice di tutte le grazie” può facilmente scivolare in una visione che la presenta come fonte autonoma della grazia, dimenticando che ogni dono proviene dallo Spirito Santo e che Maria stessa è la prima destinataria di quella grazia. La nota invita pertanto a purificare il linguaggio teologico e devozionale, restituendo a Maria il titolo più alto e autentico: Madre del Signore e Madre della Chiesa.
In tante nostre Comunità parrocchiali è molto sentita la devozione alla Madonna delle Grazie. Un titolo che, se compreso alla luce del Vangelo, acquista una profondità straordinaria: Maria non è la madre delle grazie in senso distributivo, come se fosse lei a elargirle, ma è Madre della Grazia, perché la Grazia è una persona: Cristo Gesù. In Lei, la grazia divina si è fatta carne; in Lei l’umanità ha accolto il dono più grande di Dio. Chiamarla “Madre della Grazia” significa dunque riconoscere il suo compito unico: generare nel mondo il Redentore e continuare a condurre a Lui i suoi figli, come madre e maestra di fede.
Tra coloro che hanno espresso perplessità sulla nota, alcuni sostengono che senza il “sì” di Maria non ci sarebbe stata alcuna redenzione. È vero che il suo consenso è stato decisivo e libero, ed è per questo che la sua fede è tanto grande. Tuttavia, la fede cristiana insegna che Dio non è prigioniero delle risposte umane. Dio, che ha a cuore la salvezza dell’umanità, avrebbe certamente trovato altre vie per realizzare il suo disegno di amore, sebbene, come ogni speculazione sul “se” e sul “ma”, ciò resti solo un esercizio intellettuale. Il punto essenziale è che Maria ha detto sì, e quel sì ha reso possibile l’Incarnazione; ma la Redenzione rimane opera esclusiva della Grazia divina.
Non sorprende che la nota abbia suscitato resistenze in alcuni ambienti. Tali reazioni, più che teologiche, appaiono strumentali: si inseriscono in un più ampio tentativo di mettere in discussione il magistero del Concilio Vaticano II, accusato di aver stravolto la tradizione. In realtà, proprio il Concilio, nella Lumen gentium, ha offerto la più equilibrata e alta sintesi del mistero mariano, presentando Maria come figura della Chiesa, non come entità parallela ad essa. Difendere oggi la verità su Maria significa, quindi, difendere la retta fede cristologica e trinitaria. È un atto di fedeltà alla Rivelazione, che riconosce in Maria il suo vertice umano, non il suo superamento.
La nota della Congregazione per la Dottrina della Fede non toglie nulla alla devozione mariana, ma la purifica e la approfondisce. Restituendo a Maria il suo vero posto quello di Madre, discepola e icona della Chiesa essa invita i fedeli a un amore più autentico, più evangelico e più conforme alla fede della Chiesa.
In un tempo in cui anche la pietà può essere manipolata, questo richiamo alla verità è un segno di equilibrio e di speranza.