30 Oct
30Oct

Nel suo recente discorso alle Università Pontificie, Papa Leone ha toccato una ferita sottile ma reale del tempo presente: l’atrofia spirituale. Un male silenzioso che non colpisce solo il mondo accademico o chi si dedica alla ricerca teologica, ma ogni credente che smarrisce il senso vivo della propria fede.

È la malattia dell’anima che si consuma lentamente quando la fede si riduce a gesto, a parola, a forma esteriore; quando ciò che è chiamato a essere incontro, diventa abitudine; quando il fuoco si spegne sotto le ceneri del dovere. 

Il Papa ha ribadito che anche chi studia le cose di Dio può rischiare di parlare di Lui senza ascoltarlo più, di riflettere su di Lui senza cercarlo. Ma questa tentazione è universale: appartiene a ogni cristiano che vive la fede come un insieme di pratiche da compiere, più che come un cammino di comunione e di verità.

L’atrofia spirituale nasce quando la relazione con Dio si raffredda, quando la fede non inquieta più. Eppure, l’inquietudine è segno di vita. È quella sete che sant’Agostino riconosceva nel cuore dell’uomo: “Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te.” Dove non c’è inquietudine, non c’è desiderio; e dove non c’è desiderio, la fede si spegne, trasformandosi in un sistema di doveri morali, in una religiosità che rassicura ma non converte. 

Oggi il cristiano sembra aver perso questa sana inquietudine: cerca la tranquillità più che la verità, preferisce l’equilibrio alla tensione, la stabilità al mistero. Ma Dio non si trova nella quiete dell’abitudine; si incontra nella fame del cuore, nella ricerca che non si accontenta, nella domanda che non smette di bussare. Bisogna tornare a una fede viva, capace di lasciarsi ferire dalla Parola e trasformare dalla Grazia. La fede non è un possesso, ma un cammino che richiede ascolto, umiltà e perseveranza.

E perché questo cammino non si spenga, è necessaria una formazione spirituale autentica, che non sia solo trasmissione di nozioni, ma educazione del cuore alla verità. Senza una formazione interiore, la fede rischia di essere fragile, ridotta a sensibilità o tradizione, incapace di resistere alle prove del tempo e alle seduzioni della superficialità. 

La formazione cristiana è dunque esercizio dello spirito, palestra del discernimento, scuola della libertà. È imparare a guardare il mondo con gli occhi di Dio, a leggere la storia come luogo della Sua presenza.

Ma questa crescita non avviene da soli. La fede matura dentro una comunione, sostenuta da una guida, da una voce che accompagna e custodisce. Per questo credo che sia necessario recuperare l'importanza dell’accompagnamento spirituale, arte delicata e dimenticata, in cui il credente si lascia illuminare da chi ha percorso prima di lui le strade del cuore. Nella storia perfino grandi Santi si sono lasciati guidare da altrettanto grandi maestri di vita spirituale: S. Ignazio di Loyola e San Giovanni D'Avila, Santa Giovanna Francesca di Chantal e San Francesco di Sales, San Giovanni della Croce e Santa Teresa D'Avila.

L’accompagnamento non toglie libertà, ma la purifica; non sostituisce la coscienza, ma la educa. È un ascolto che genera ascolto, una relazione che aiuta a distinguere la voce di Dio dalle tante voci che confondono l’anima. 

Contro l’atrofia spirituale, allora, non basta riempire di attività la vita religiosa, né moltiplicare le parole della fede. Occorre tornare al silenzio che ascolta, alla formazione che trasforma, alla relazione che guida. Serve il coraggio di lasciarsi inquietare di nuovo, di lasciarsi toccare da quella nostalgia del divino che abita ogni uomo. 

Solo chi conserva l’inquietudine del cuore è davvero vivo nella fede. Solo chi cerca la Verità, senza smettere di interrogarsi, può incontrare Dio, non come un concetto, ma come Presenza che arde e illumina.

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