La notizia della scelta di don Alberto Ravagnani di lasciare il sacerdozio ha suscitato emozioni contrastanti e un dibattito acceso, soprattutto tra quanti hanno seguito con interesse e stima il suo percorso negli ultimi anni.
È una decisione che tocca corde profonde, perché riguarda una vocazione, una storia personale e una comunità che, nel tempo, si è riconosciuta nel suo ministero.
All’inizio della sua esperienza sui social, confesso di aver apprezzato sinceramente i contenuti dei suoi video. Non erano semplici clip motivazionali o riflessioni astratte: colpiva il modo in cui riusciva a unire il linguaggio diretto dei social con una concreta esperienza pastorale vissuta nella comunità. I video, poi, rimandavano a qualcosa di reale e incarnato: l’adorazione, la celebrazione, la vita sacramentale, ma anche la costruzione paziente di una comunità di giovani, una fraternità dove fosse possibile fare esperienza dell’incontro con Dio. Non solo parole, dunque, ma un ministero esercitato, condiviso, testimoniato. Tutto ciò sicuramente ha portato frutti di bene e speriamo non vada perduto.
Proprio per questo, davanti alla sua scelta di lasciare il sacerdozio, sento il bisogno di chiarire un punto fondamentale: non entro nel merito della decisione in sé. In quanto sacerdote, so bene quanto sia difficile arrivare a una conclusione del genere. È un percorso spesso lungo, sofferto, fatto di domande, silenzi e notti interiori. Per questo nutro sempre il massimo rispetto per le scelte personali, soprattutto quando toccano il cuore della propria vocazione e della propria vita. Nessuno può giudicare ciò che accade nel foro più intimo della coscienza.
C’è però un aspetto che lascia perplessi e che merita di essere detto con franchezza. L’annuncio di lasciare il sacerdozio in concomitanza con la pubblicazione del libro La scelta, seguito immediatamente da una serie di video e di interviste in podcast, dà l’impressione che tutto fosse già pianificato come un’operazione di comunicazione, se non addirittura di marketing. La sequenza degli eventi, la tempistica perfetta, la costruzione mediatica del racconto fanno sembrare la decisione non solo vissuta, ma anche “lanciata”.
Ed è qui che nasce il disagio più grande. Non perché comunicare una scelta sia sbagliato, ma perché questa modalità rischia di togliere peso e spessore a ciò che dovrebbe rimanere, prima di tutto, un atto profondamente umano e spirituale. Quando una decisione così radicale appare inserita in una strategia mediatica già pronta, il rischio è che la scelta stessa venga percepita più come un prodotto da raccontare che come un mistero da rispettare.
C’è poi un’ultima riflessione, forse la più scomoda, ma anche la più necessaria. Tante volte, nella vita, fuggire è più facile che restare. Restare significa attraversare il dubbio, la fatica, il silenzio, l’oscurità; fuggire, invece, può sembrare una via più rapida, più gestibile, persino più rassicurante. E allora la domanda nasce spontanea, non come accusa ma come interrogativo serio: se chiudere con la vocazione sacerdotale è stato più facile che chiudere con i social e con l’immagine del personaggio costruito nel tempo, quanto era davvero profonda quella vocazione?
Non si tratta di negare la sincerità di un cammino, né di giudicare una coscienza che resta inviolabile. Ma è legittimo domandarsi se l’identità pubblica, l’esposizione mediatica e il consenso abbiano finito per diventare più difficili da lasciare rispetto a una vocazione che, per sua natura, chiede anche di scomparire, di diminuire, di restare quando nessuno guarda. È una domanda che non riguarda solo una persona, ma interroga tutti, soprattutto chi vive un ministero in un tempo in cui l’immagine rischia di contare più della perseveranza.
Forse è proprio questo che dispiace di più: non la scelta in sé, che resta degna di rispetto, ma l’impressione che il rumore mediatico finisca per coprire il silenzio, la fatica e la serietà di un passaggio di vita che meriterebbe ben altro spazio e ben altro tempo.