28 Jan
28Jan

Oggi è il giorno dei sopralluoghi della politica. Li vediamo sui luoghi delle frane, lungo le strade spezzate, davanti alle case evacuate. Non mi piace chiamarle passerelle, perché credo che la politica debba fare questo: esserci, guardare, ascoltare. Sarebbe anzi grave il contrario. Ma proprio perché è il loro ruolo, oggi sento il bisogno di andare un po’ più a fondo.

Ho ascoltato un’intervista che mi ha colpito. Una signora, con la voce segnata dalla rabbia e dalla stanchezza, si chiedeva come fosse possibile che in trent’anni non sia stato piantato un solo albero, quando quegli alberi avrebbero potuto contenere la frana. È una domanda legittima, dolorosa, che merita rispetto. Ma io, ascoltandola, me ne sono fatta un’altra: in trent’anni, quanti alberi sono stati abbattuti?

Quanti ulivi, quante macchie, quante fasce verdi sono scomparse per far posto a capannoni di aziende agricole, a abitazioni rurali e campestri, a costruzioni “provvisorie” diventate definitive, a strade e spiazzi che hanno impermeabilizzato la terra?

A rischio di essere impopolare, e con tutto il rispetto possibile per le tragedie delle popolazioni colpite, credo che una parte della risposta sia lì. Negli anni abbiamo considerato normale costruire ovunque, sanare tutto, condonare l’illegalità in nome dell’emergenza, del lavoro, del consenso. L’abusivismo è stato spesso raccontato come necessità, le sanatorie come buon senso. Ma il territorio non dimentica.

Abbiamo preso sotto gamba il cambiamento climatico, come se fosse una teoria lontana e non qualcosa che già modifica il modo in cui piove, il modo in cui l’acqua scende a valle, il modo in cui la terra regge o cede. Abbiamo sfruttato oltremisura le risorse, tolto spazio alla natura pensando che non avrebbe presentato il conto. E invece lo sta facendo, puntualmente.

Oggi i sopralluoghi sono giusti. Ma domani serviranno scelte impopolari: dire no dove per anni si è detto sì, fermare davvero l’abusivismo, smettere di condonare, ripensare il rapporto tra sviluppo e territorio. Perché continuare a fare finta di niente, continuare a chiamare “maltempo” ciò che è dissesto annunciato, significa preparare la prossima tragedia.

E a quel punto, nessun sopralluogo basterà più.

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