16 Jan
16Jan

Ho visto ieri sera la puntata di Piazza pulita e subito ho fatto una semplice considerazione. L’emendamento “fake” presentato dall'On.le Ismaele La Vardera all’Assemblea Regionale Siciliana nasce con un intento che, a prima vista, appare persino condivisibile: denunciare un sistema percepito come malato, portare alla luce storture, ipocrisie, meccanismi opachi che da troppo tempo minano la fiducia dei cittadini nelle istituzioni. È un gesto che intercetta un disagio reale, diffuso, e che parla a una parte dell’opinione pubblica stanca di rituali vuoti e promesse mancate.

Eppure, proprio qui si apre la frattura più profonda. Perché la forma scelta, l’emendamento volutamente provocatorio, costruito come atto simbolico più che come strumento normativo, finisce per spostare l’asse dalla denuncia alla rappresentazione, dalla critica alla messinscena. La politica, così, smette di essere luogo di mediazione e responsabilità e si trasforma in palcoscenico, dove l’efficacia del gesto si misura in visualizzazioni, titoli, reazioni social, più che in effetti concreti.

Questa spettacolarizzazione non è neutra. Mina la serietà del confronto istituzionale e scalfisce il rispetto dovuto alle sedi democratiche. L’Assemblea parlamentare non è un set, né un laboratorio di performance comunicative: è il luogo in cui le parole diventano atti, e gli atti incidono sulla vita dei cittadini. Quando il linguaggio della provocazione prende il sopravvento, il rischio è che anche le battaglie giuste vengano percepite come trovate, e che la critica, pur fondata, perda forza, credibilità, profondità.

C’è poi un elemento culturale, spesso sottovalutato. Per secoli, la tradizione istituzionale ha cercato un equilibrio delicato tra forma e sostanza: la solennità dei riti non come vuoto formalismo, ma come cornice necessaria a dare peso e continuità alle decisioni. Scardinare questo equilibrio in nome dell’immediatezza comunicativa significa rompere un patto simbolico che ha retto nel tempo, sostituendo alla responsabilità del ruolo l’estetica dell’atto eclatante.

L’emendamento “fake”, dunque, dice molto più di quanto sembri. Dice di una politica che fatica a distinguere tra denuncia e narrazione, tra coraggio e teatralità. Dice di un tempo in cui l’urgenza di “farsi sentire” rischia di soffocare la necessità di “farsi capire”. E dice, soprattutto, che la credibilità delle istituzioni non si difende solo smascherando i vizi del sistema, ma anche preservando la dignità dei luoghi e dei linguaggi in cui quella denuncia prende forma.

Perché senza rispetto per la forma, anche la sostanza, prima o poi, finisce per svuotarsi.

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