“C’è qualche limite ai miei poteri? Sì, la mia stessa moralità. La mia stessa mente. È l’unica cosa che può fermarmi. Non ho bisogno del diritto internazionale.”
Le parole attribuite a Donald Trump condensano una visione del potere che, nella storia, ha sempre rappresentato un campanello d’allarme. Quando il limite non è più esterno — la legge, le istituzioni, i trattati, il controllo democratico — ma viene ridotto a una dimensione interiore e soggettiva, il potere smette di essere regolato e diventa arbitrio.
Affermare di non aver bisogno del diritto internazionale significa negare l’idea stessa di un ordine condiviso, costruito per impedire che la forza del più forte si trasformi in dominio assoluto. È una concezione che rovescia il principio cardine delle democrazie moderne: nessuno è al di sopra della legge. Se l’unico freno è la “propria moralità”, allora il confine tra decisione politica e impulso personale diventa pericolosamente labile.
Questo schema non è nuovo. Nel Novecento, molte dittature sono nate proprio così: leader convinti di incarnare da soli la volontà del popolo, insofferenti ai vincoli giuridici, ostili agli organismi sovranazionali e alle mediazioni istituzionali. La delegittimazione delle regole comuni è sempre stata il primo passo verso la concentrazione del potere e l’erosione delle libertà. Quando la legge è vista come un ostacolo, e non come una garanzia, la democrazia entra in una fase di regressione.
Nel caso di Trump, questa visione si è tradotta in politiche concrete: dazi aggressivi, attacchi verbali e diplomatici agli alleati storici, guerre commerciali che hanno incrinato equilibri consolidati. Più che rafforzare la cooperazione internazionale, queste scelte hanno promosso una logica di scontro permanente, in cui l’economia diventa uno strumento di pressione politica. Non è il linguaggio della democrazia multilaterale, ma quello della forza unilaterale.
Il rischio che si profila non è solo politico, ma anche economico: una supremazia statunitense esercitata attraverso il controllo dei mercati, delle catene di approvvigionamento e delle valute, senza precedenti per intensità e sistematicità. Una forma di “dittatura economica” che non necessita di carri armati, ma di sanzioni, tariffe e ricatti commerciali. In questo scenario, la sovranità degli altri Stati viene progressivamente svuotata.
Dall’altro lato, i governi europei appaiono spesso deboli e frammentati, più intenti a delegittimarsi a vicenda che a costruire una risposta comune. La costante messa in discussione del progetto europeo ha reso l’Unione Europea vulnerabile proprio nel momento in cui l’unità sarebbe indispensabile. Eppure, solo un’Europa coesa potrebbe rappresentare un contrappeso credibile a una deriva egemonica globale.
La questione, in fondo, non riguarda solo Trump o gli Stati Uniti, ma il modello di mondo che si vuole difendere. Accettare l’idea che il potere non abbia limiti esterni significa normalizzare una visione autoritaria, anche quando si presenta con il linguaggio dell’efficienza o dell’interesse nazionale. La storia insegna che le democrazie non crollano all’improvviso: si svuotano lentamente, quando smettono di credere nelle regole che le tengono in vita.
Don Giuseppe Amato