
Samaritano,
senza nome,
viandante senza meta,
ramingo e solitario,
non ci lascia parole, ma compassione.
Non cerca Dio nei templi d’oro,
né tra i canti solenni all'ora dell’incenso,
e lo trova sulla polvere della strada,
dove un uomo giaceva, ferito e dimenticato.
Passarono in molti
parole grandi,
sguardi veloci,
mani pulite che evitavano il sangue
per restare devoti solo all’apparenza.
Ma egli si fermò.
Non aveva titoli,
né dogmi,
solo occhi aperti e cuore amante.
Fermò il suo cammino,
si piegò sulle piaghe del fratello
e vi riconobbe il volto di Dio.
Versò olio e vino,
non dai calici sacri,
ma dal suo cuore compassionevole.
Non predicò, ma curò.
Non giudicò, ma sollevò.
Non chiese nulla, ma diede tutto.
E lì, tra polvere e pietà,
l’uomo trovò Dio: non sopra, ma dentro l’altro,
non lontano, ma nel prossimo caduto.
Così comprese:
servire è pregare,
amare è credere,
e chinarsi è elevarsi.
Perché Dio non abita nei cieli chiusi,
ma cammina ogni giorno
nella carne fragile degli uomini amati.
Questo è l'ultimo di tre testi scritti in occasione della Pentecoste 2025 all'interno del concerto "De André canta lo spirito inquieto dell'uomo" della Piccola Orchestra Animae Faber.
Ispirato alla parabola del Buon samaritano.