19 Oct
19Oct

Stamattina appena ho aperto i social la prima immagine che mi siete presentata è stata questa che vedete allegata alla mia riflessione. Conoscevo l'evoluzione dello stile monastico in questione, ma devo dire che oggi mi ha disturbato.

C'è qualcosa che dovrebbe far riflettere seriamente la Chiesa: la progressiva trasformazione di monasteri e conventi in scenografie televisive, dove religiosi e religiose diventano protagonisti di programmi culinari e di intrattenimento. Sia chiaro: non è la cucina il problema. Da secoli i monasteri vivono anche di lavoro, di produzione artigianale, di orti e di antiche ricette. La tradizione benedettina dell'Ora et labora ne è una testimonianza straordinaria.

Il problema nasce quando il convento rischia di diventare un palcoscenico, l'abito religioso un elemento dello spettacolo e la vita consacrata un prodotto da offrire al consumo mediatico.

Per secoli, monasteri e conventi sono stati il cuore nascosto e pulsante della Chiesa. Luoghi di preghiera, contemplazione, silenzio, sacrificio e lavoro. Comunità nelle quali uomini e donne hanno consacrato la propria esistenza alla ricerca di Dio, sostenendo spiritualmente la missione della Chiesa, non avevano bisogno di telecamere, audience o visualizzazioni. La loro fecondità non si misurava con gli ascolti, ma con la fedeltà al Vangelo. Santa Teresa di Gesù Bambino, senza mai lasciare la clausura del Carmelo, è diventata patrona delle missioni. Un paradosso soltanto per chi pensa che l'efficacia della vita cristiana dipenda da ciò che si vede e si produce. Oggi, invece, sembra talvolta che anche la vita religiosa debba piegarsi alla cultura dell'apparire, diventare simpatica, accattivante, televisivamente interessante.

Ma siamo proprio sicuri che questa sia la strada giusta?

Si dice pure che queste iniziative servano anche ad avvicinare i giovani alla vita religiosa e a promuovere le vocazioni. E allora permettiamoci una domanda provocatoria. Che cosa dovrebbe attrarre oggi un giovane o una giovane verso un monastero o un convento? Una spiritualità capace di far incontrare Cristo e di conformare la propria vita alla sua, oppure il profumo delle prelibatezze che escono dai pentoloni fumanti delle cucine conventuali?

Un giovane entra in monastero perché desidera cercare Dio e consacrare a Lui tutta la propria esistenza, oppure perché sogna di diventare cuoco, chef o protagonista di un programma televisivo? E ancora: stiamo promuovendo autentiche vocazioni religiose oppure rischiamo di alimentare una macchina pubblicitaria e commerciale nella quale il saio e il velo diventano un marchio, il convento una scenografia e la tradizione monastica un prodotto da vendere?

Non si tratta di mettere in discussione la buona fede dei religiosi coinvolti, né di presumere interessi economici non dimostrati. Si tratta piuttosto di interrogarsi sul messaggio che queste iniziative trasmettono e sulla loro reale finalità ecclesiale. Perché, se la cucina diventa più visibile della cappella e il pentolone attira più attenzione del tabernacolo, forse qualche domanda dovremmo cominciare a farcela.

La vocazione religiosa nasce dall'incontro con Cristo e dal desiderio di seguirlo radicalmente, nella preghiera, nella povertà, nella castità, nell'obbedienza e nel dono totale di sé. Non può essere ridotta a un'esperienza accattivante da promuovere attraverso le strategie dell'intrattenimento.

Nessuno nega che i mezzi di comunicazione possano diventare strumenti preziosi di evangelizzazione. Ma evangelizzare non significa semplicemente comparire in televisione indossando un abito religioso. Evangelizzare significa condurre le persone a Cristo, non limitarsi a suscitare simpatia o curiosità. In una società dominata dal rumore, i monasteri dovrebbero custodire il silenzio. In un mondo ossessionato dall'apparire, dovrebbero testimoniare il valore del nascondimento. In una cultura che misura tutto attraverso il successo, dovrebbero ricordare che una vita può essere straordinariamente feconda anche senza pubblico e senza applausi.

La crisi delle vocazioni non si risolve trasformando i conventi in studi televisivi. Forse si affronta tornando a mostrare, con autenticità e radicalità, la bellezza di una vita interamente donata a Dio. Anche i superiori religiosi e le autorità ecclesiastiche dovrebbero interrogarsi sull'opportunità di certe iniziative e sulla loro coerenza con il carisma degli istituti. Non tutto ciò che garantisce visibilità produce frutti spirituali. E non tutto ciò che rende famoso un religioso rende più credibile la vita religiosa.

Il mondo ha già tanti cuochi, chef, presentatori e intrattenitori. Ha invece un bisogno immenso di uomini e donne che testimonino, con la loro esistenza, che Dio basta, che la preghiera cambia la vita e che vale ancora la pena lasciare tutto per seguire Cristo.

Il profumo dei pentoloni può attirare spettatori. Il profumo di Cristo può suscitare santi.

E forse è proprio questa la domanda che dovremmo porci prima di accendere le telecamere dentro un convento: Vogliamo annunciare Cristo o mettere in scena la vita religiosa?

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