Il dibattito che si è acceso attorno all’intervista di Pierluigi Diaco ad Alberto Ravagnani merita, a mio avviso, una riflessione che vada oltre la semplice contrapposizione tra chi difende l’uno e chi prende le parti dell’altro.
Partiamo da un punto fermo: non condivido il metodo utilizzato da Diaco nel condurre l’intervista. L’insistenza su alcuni aspetti della sfera intima e sessuale, il tono provocatorio e, in certi passaggi, persino inopportuno, non possono essere giustificati in nome della libertà di fare domande. Esiste una differenza sostanziale tra un’intervista incalzante e un’intervista che rischia di trasformarsi in una forma di pressione sull’interlocutore.
Detto questo, però, credo che sarebbe intellettualmente poco onesto fermarsi qui.
Non possiamo ignorare, infatti, il tipo di comunicazione che Alberto Ravagnani ha scelto di adottare dopo aver lasciato il sacerdozio.
Una comunicazione nella quale il tema della libertà ha assunto una centralità evidente: la libertà di vivere una nuova fase della propria esistenza, di riscoprirsi, di riappropriarsi della propria dimensione corporea e affettiva, di sperimentare relazioni e possibilità che la precedente scelta di vita comportava di vivere diversamente.
Ma c’è un elemento ulteriore che, a mio avviso, non può essere trascurato: il rapporto con la sessualità e con la possibilità di vivere pienamente la dimensione affettiva e relazionale appare come uno dei nodi fondamentali del percorso che ha condotto Ravagnani a lasciare il sacerdozio.
Non si tratta, dunque, di questioni marginali o introdotte artificiosamente nel dibattito da un intervistatore alla ricerca della provocazione. Si tratta di temi che appartengono alla stessa narrazione attraverso la quale Ravagnani ha spiegato e raccontato pubblicamente il proprio cambiamento di vita.
Il rapporto tra le proprie esigenze umane e affettive e gli impegni connessi alla scelta sacerdotale rappresenta, del resto, una questione seria e profonda, che meriterebbe di essere affrontata anche sul piano antropologico, spirituale ed ecclesiale.
Ed è proprio questo il punto: se questi aspetti hanno avuto un peso nella decisione di lasciare il ministero sacerdotale e sono stati successivamente valorizzati nella comunicazione pubblica di Ravagnani, non si può considerare del tutto immotivato l’interesse di un intervistatore per tali argomenti.
Naturalmente, una cosa è interrogarsi sul significato delle relazioni e della sessualità in una scelta di vita così importante; altra cosa è pretendere di entrare nei dettagli più intimi dell’esperienza personale.
Ed è qui che, a mio avviso, Diaco ha sbagliato: non necessariamente nella scelta degli argomenti, ma nel modo in cui ha deciso di affrontarli.
Allo stesso tempo, però, bisogna riconoscere che Ravagnani non è stato semplicemente il destinatario passivo di un dibattito sulla propria vita privata: ha contribuito egli stesso, attraverso la propria comunicazione, a orientare l’attenzione pubblica verso determinati aspetti della sua nuova esistenza. Una scelta certamente legittima, che appartiene al suo diritto di raccontarsi, ma che comporta anche una responsabilità rispetto ai significati che si veicolano e alle domande che inevitabilmente possono nascere.
Ecco perché ritengo che in questa vicenda possano convivere due giudizi: Diaco ha calcato la mano, talvolta in maniera provocatoria e scorretta; Ravagnani, però, ha contribuito con la propria narrazione a portare al centro del dibattito proprio alcuni degli argomenti sui quali è stato poi incalzato.
C’è infine una questione ancora più profonda, che rischia di rimanere sullo sfondo: quale idea di libertà e di realizzazione personale emerge da questa vicenda? E quale rapporto viene implicitamente suggerito tra la scelta del celibato sacerdotale e la possibilità di vivere pienamente la propria umanità?
E qui permettetemi una considerazione personale, da prete che vive quotidianamente la bellezza, la fatica e le contraddizioni della propria scelta vocazionale. Non penso affatto che lasciare il sacerdozio sia necessariamente un fallimento, né che chi compie questa scelta debba essere giudicato o condannato. Ogni storia merita rispetto e ogni coscienza ha una profondità che nessuno può pretendere di conoscere fino in fondo. Tuttavia, mi interroga una narrazione dalla quale potrebbe emergere, anche involontariamente, un messaggio discutibile: che per essere davvero liberi, per amare pienamente e per riconciliarsi con la propria umanità sia necessario liberarsi del sacerdozio.
Anche noi preti abbiamo desideri, affetti, sensibilità e bisogno di relazioni autentiche. Il celibato non cancella queste dimensioni, ma chiede di viverle all’interno di una scelta che, pur con tutte le sue fatiche, può essere profondamente libera e umanamente feconda.
E allora, senza alcuna pretesa di superiorità morale, vorrei porre una domanda: siamo sicuri che raccontare l'abbandono del sacerdozio come una conquista di libertà non rischi di presentare, per contrasto, (cosa che in questi mesi è stata fatta) la scelta di chi rimane come una forma di privazione, di frustrazione o di incompiutezza?
È una domanda che rivolgo anche a me stesso, perché nessuna vocazione può sottrarsi alla verifica della propria autenticità.
Ma resta una provocazione che considero fondamentale: siamo proprio sicuri che ogni rinuncia sia una prigione e che ogni desiderio finalmente realizzato sia, automaticamente, una liberazione?
Perché, forse, la libertà non si misura soltanto da ciò che possiamo finalmente fare, ma anche da ciò a cui siamo capaci di rinunciare per ciò che abbiamo scelto di amare.