23 Oct
23Oct

Stasera sono andato a riprendere alcune pagine di Don Primo Mazzolari per accompagnare la lettura degli eventi degli ultimi giorni grazie alla sua testimonianza profetica, pertanto voglio condividere con voi alcune riflessioni.

C'è un silenzio che pesa più delle parole. È quello di chi, chiamato a denunciare le ingiustizie, sembra aver scelto la prudenza per non disturbare il potere. Ed è un silenzio che oggi avverto con amarezza in una parte della Chiesa italiana, sempre più attenta agli equilibri istituzionali e al politicamente corretto, sempre meno capace di esprimere quella forza profetica che dovrebbe nascere dal Vangelo.

Penso alle proteste degli agricoltori e degli autotrasportatori, alle tante famiglie piegate dalla crisi economica, ai piccoli imprenditori che lottano quotidianamente per sopravvivere. Dietro ogni trattore e ogni camion fermo ci sono volti, sacrifici, storie familiari, la disperazione di chi lavora e non riesce più a vivere dignitosamente del proprio lavoro.

E davanti a questo grido, dov'è la voce della Chiesa?

Non sono mancati interventi di singoli vescovi, sacerdoti e comunità, ma è difficile riconoscere una presa di posizione corale, forte e inequivocabile. Una voce capace di dire che la dignità del lavoro e il diritto a mantenere la propria famiglia non sono semplici questioni economiche, ma questioni profondamente evangeliche.

La dottrina sociale della Chiesa non può restare confinata nei convegni, nei documenti e nelle dichiarazioni di principio. Deve diventare denuncia delle ingiustizie e vicinanza concreta a chi soffre. Non basta parlare dei poveri: bisogna avere il coraggio di stare dalla loro parte, anche quando questo significa disturbare qualcuno.

Un'altra riflessione nasce dagli scontri e dalle violenze di Milano. Ho letto condanne accompagnate dall'invito ad ascoltare il disagio dei giovani.Sono il primo a sostenere che i giovani vadano ascoltati, che la loro rabbia e le loro inquietudini meritino attenzione. Ma ascoltare non significa giustificare. Comprendere le ragioni di una protesta non può tradursi in indulgenza verso chi aggredisce, distrugge o calpesta i diritti degli altri.

La violenza non diventa legittima perché nasce da una causa ritenuta giusta. Una protesta può essere dura, radicale, persino provocatoria, ma deve rimanere pacifica. E noi cristiani, che annunciamo una pace «disarmata e disarmante», non possiamo permetterci ambiguità. Non esistono violenze da condannare e violenze da comprendere con benevola indulgenza a seconda delle idee di chi le compie.

La pace evangelica non è uno slogan. È una scelta radicale che esige coerenza.Ma il problema è più profondo. Ho l'impressione che una parte della Chiesa stia progressivamente sostituendo la profezia con la diplomazia del politicamente corretto.

Si moltiplicano gli appelli generici, gli inviti al dialogo, le dichiarazioni prudenti. Tutto viene misurato per non urtare sensibilità politiche e non compromettere rapporti istituzionali. Ma un Vangelo che non disturba mai nessuno rischia di essere un Vangelo svuotato della sua forza.

I profeti non cercavano il consenso dei potenti. Giovanni Battista non esitò a dire a Erode: «Non ti è lecito». E pagò con la vita quella libertà. Gesù stesso non ha mai confuso la misericordia con l'accondiscendenza, l'amore con il silenzio, la pace con la rinuncia alla verità.

Anche don Primo Mazzolari, con la sua testimonianza e il suo pensiero, ci ricorda che la pace non può essere separata dalla giustizia e dalla responsabilità personale. Non basta dichiararsi uomini di pace: bisogna avere il coraggio di costruirla, anche andando controcorrente.E allora mi domando: siamo ancora capaci, come Chiesa, di pronunciare quel «Non ti è lecito» davanti alle ingiustizie del nostro tempo?

Non si tratta di schierarsi a destra o a sinistra, con il governo o con l'opposizione. La Chiesa non deve essere la stampella morale di nessun potere politico. Proprio per questo dovrebbe essere libera di denunciare le ingiustizie di tutti, senza distinzioni ideologiche e senza timore di perdere consensi.

Una Chiesa che teme di disturbare il potere rischia di diventare una Chiesa che il potere non ha più motivo di temere. Rispettata, forse. Ascoltata nelle occasioni ufficiali. Ma sempre meno capace di scuotere le coscienze.

Non ignoro la straordinaria testimonianza di tanti sacerdoti, vescovi e laici che ogni giorno condividono silenziosamente le sofferenze della gente. Ma una cosa è la carità silenziosa, altra cosa è il silenzio davanti alle ingiustizie. La prima è una virtù, il secondo rischia di diventare un'omissione.

Scrivo queste parole non contro la Chiesa, ma per amore della Chiesa. Perché credo che oggi non abbiamo bisogno di una Chiesa più aggressiva, ma di una Chiesa più libera. Non di una Chiesa che cerchi lo scontro, ma che non fugga davanti alla verità quando questa diventa scomoda. Una Chiesa capace di ascoltare i giovani senza giustificare la violenza, di stare accanto ai lavoratori senza chiedere loro una tessera politica, di denunciare le ingiustizie senza preoccuparsi di compiacere il potere di turno.

Il Vangelo non ci è stato affidato per renderci innocui, ma per essere sale della terra e luce del mondo. E il sale, quando perde il suo sapore, non serve più a nulla. Forse è proprio questa la domanda che dovremmo avere il coraggio di porci: Una Chiesa che, per non disturbare il potere, rinuncia alla propria voce profetica, è ancora capace di annunciare il Vangelo nella sua radicalità?

Perché il rischio più grande non è quello di perdere il consenso dei potenti, è quello di perdere la credibilità davanti agli ultimi.

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