Dopo la morte di un giovane ragazzo, dopo i controlli e i provvedimenti delle Forze dell’ordine che presidiano il territorio, sull’orda delle emozioni, non è giusto fare valutazioni che potrebbero risultare viziate. Ma col tempo ci si ferma, ci si interroga, ci si guarda intorno e, chi ha un ruolo educativo in una comunità, è giusto che legga le criticità che stanno alla base o contribuiscono in qualche modo a determinare un contesto fragile come quello che segna i nostri paesi, nessuno escluso.
Le Madonie, con i loro paesaggi di rara bellezza e i borghi sospesi nel tempo, raccontano una Sicilia diversa: quella delle radici, della comunità, della tenacia. Ma dietro la poesia di queste montagne si nasconde una realtà sempre più amara. Le Madonie stanno morendo lentamente, non per mancanza di cuore o di risorse umane, ma per l’assenza di servizi, per l’impotenza più o meno cosciente delle istituzioni e per una solitudine sociale che diventa ogni giorno più profonda.
A mancare non sono solo le infrastrutture materiali, ma soprattutto quelle umane e sociali. I giovani che restano, poiché non tutti riescono o vogliono fuggire, si trovano a vivere in un deserto di opportunità. Chi cade nel disagio, chi cerca rifugio nell’alcol o nelle droghe, non trova quasi nessun presidio capace di ascoltare, accompagnare o intervenire. Gli assistenti sociali sono pochi, spesso costretti a coprire territori vastissimi, senza mezzi, senza formazione specifica, senza strumenti adeguati ad affrontare un disagio che cresce nell’indifferenza generale.
I SERT (Servizi per le Tossicodipendenze), fondamentali per la prevenzione e la cura delle dipendenze, nelle Madonie sono un miraggio. Non esistono sedi fisse né personale dedicato, e le famiglie che si trovano a dover affrontare un problema di dipendenza devono rivolgersi a strutture lontane, con tempi d’attesa lunghi e difficoltà logistiche enormi. Questo scoraggia molti dal chiedere aiuto, trasformando la sofferenza in silenzio e il silenzio in isolamento.
In questo vuoto, resistono solo le associazioni di volontariato e qualche professionista privato che, con generosità e passione, mettono a disposizione tempo e competenze. Sono piccoli fari nella nebbia, ma non possono sostituirsi alle istituzioni. Non possono reggere il peso di un disagio collettivo, né supplire a una sanità pubblica che, qui, sembra essersi dimenticata di esistere.
La situazione è ancora più drammatica se si guarda al futuro: i giovani, privi di punti di riferimento, fuggono; gli anziani, rimasti soli nei paesi, vedono svanire anche i più elementari servizi di assistenza. I comuni, spesso con bilanci ridotti all’osso, non hanno le risorse per creare sportelli di ascolto o centri di aggregazione. E così le Madonie, un tempo vivaio di cultura e solidarietà, oggi si spopolano, si svuotano, si spengono.
Eppure, qua e là, qualcuno continua a resistere: un insegnante che apre un laboratorio per i ragazzi, un’associazione che organizza incontri di prevenzione, un parroco che accoglie chi non ha più nessuno. Sono i semi di speranza che ancora si piantano in questa terra stanca. Ma una comunità non può sopravvivere solo di speranze individuali.
Servono politiche vere, servizi pubblici, presenza dello Stato. Perché le Madonie non hanno bisogno di promesse, ma di azioni. Hanno bisogno di tornare al centro di una visione politica che metta le persone prima dei numeri, la salute prima della burocrazia, la dignità prima dell’abbandono, i residenti prima dei turisti. Fino a quando tutto questo non accadrà, ogni gesto di buona volontà, pur prezioso, rischierà di essere solo una goccia nel deserto.
E allora, con dolore ma con lucidità, bisogna dirlo: anche se si continuano a piantare semi di speranza, l’abbandono del territorio da parte della politica ne fa presagire solo una lenta e dolorosa morte.