02 Nov
02Nov

I recenti fatti di cronaca di questo fine settimana, sui quali è doveroso mantenere il silenzio del rispetto, senza giudizi né speculazioni, ci costringono però a interrogarci. Non sui singoli episodi, ma su ciò che rivelano del nostro tempo e dei nostri luoghi. Anche nei piccoli centri, quelli che un tempo chiamavamo con orgoglio “isole felici”, si è aperta una vera e propria emergenza educativa

Per anni abbiamo voluto credere che qui, lontano dalle grandi città, i nostri figli fossero più protetti, che la comunità bastasse a custodirli, che la conoscenza reciproca fosse garanzia di equilibrio e sicurezza. Ma la realtà, oggi, racconta altro: le fragilità sociali e morali non risparmiano nessuno, e anzi, nei contesti più piccoli possono diventare ancora più gravi, perché più difficili da vedere e da affrontare, anche perché spesso protetti da un apparente perbenismo che non giova alla loro soluzione. 

Viviamo in un tempo in cui, in nome di una presunta libertà, ai ragazzi non si trasmettono più valori, regole e senso del limite. Ci si illude che il rispetto sia una parola superata, che i ruoli di genitori, insegnanti, educatori, siano barriere da abbattere. Così, nel vuoto lasciato da una libertà senza direzione, si fanno largo la confusione, la superficialità, la ricerca del piacere immediato. 

Le famiglie, troppo spesso sole e disorientate, non riescono più a esercitare la loro autorevolezza. Non quella fatta di imposizioni, ma quella che nasce dall’esempio, dalla coerenza, dalla capacità di dire “no” quando serve. Anche le altre agenzie educative la scuola, le parrocchie, le associazioni faticano a offrire modelli credibili. E il tempo libero dei nostri giovani si riempie di attività che divertono, ma non formano: svaghi vuoti, esperienze che si esauriscono in una sera, senza lasciare nulla dentro. 

A questo scenario si aggiunge la responsabilità della politica locale. I nostri amministratori hanno smesso di investire su strutture, luoghi e occasioni che possano offrire ai giovani un orizzonte di crescita culturale e umana. Si chiudono biblioteche, Teatri, cinema, si lasciano morire centri di aggregazione, si ignorano i progetti educativi, mentre non mancano, al contrario, risorse e tempo per organizzare eventi effimeri, in cui l’unico obiettivo sembra essere il divertimento a ogni costo.

Troppo spesso, in quelle notti di musica e luci (legalizzate), l’alcol e le sostanze trovano un terreno fertile per diffondersi, normalizzandosi, diventando parte del “divertimento” stesso. È un segnale che non possiamo più fingere di non vedere. 

La vera emergenza, oggi, non è la mancanza di infrastrutture o di fondi, ma la mancanza di una visione educativa. Di un progetto condiviso che rimetta al centro la crescita delle persone e non solo l’apparenza degli eventi. Perché non basta organizzare una festa per dire che una comunità è viva: una comunità vive davvero solo quando educa, quando accompagna, quando aiuta a crescere. 

Serve un cambio di rotta profondo. Serve la volontà da parte delle famiglie, della scuola, della Chiesa e delle istituzioni di tornare a essere insieme presenza, guida e testimonianza. Di tornare a dire che il rispetto è la base della convivenza, che la libertà non è fare ciò che si vuole, ma scegliere ciò che è giusto. 

Solo così potremo restituire ai nostri paesi la loro vera identità: non più isole felici per illusione, ma comunità forti perché educano, ascoltano e crescono insieme.

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