01 Oct
01Oct

Ieri pomeriggio mi sono ritrovato con alcuni amici a commentare il Viaggio di Papa Leone XIV in Francia e ho pensato di condividere con voi alcune riflessioni.

Il risveglio religioso che sembra emergere in Francia e che si è reso particolarmente visibile in occasione della visita di Papa Leone non può essere liquidato come l’entusiasmo momentaneo suscitato da un grande evento ecclesiale. Dietro quella partecipazione c’è una domanda più profonda, che riguarda non soltanto la Francia, ma l’intero cattolicesimo europeo.

Perché proprio la Francia, uno dei Paesi nei quali la secolarizzazione si è manifestata prima e con maggiore forza, sembra oggi mostrare segnali di una nuova vitalità cristiana?

La mia convinzione è che una delle ragioni vada cercata proprio nel modo in cui una parte della Chiesa francese ha affrontato la secolarizzazione.

La Francia ha dovuto fare i conti prima di altri con la fine di un cristianesimo trasmesso quasi automaticamente attraverso la famiglia, la scuola, le tradizioni e l’ambiente sociale. Ha visto diminuire la pratica religiosa, assottigliarsi le comunità, ridursi le vocazioni e interrompersi quella trasmissione naturale della fede che per generazioni era sembrata quasi scontata, senza dimenticare tutto il movimento culturale e sociale legato all'illuminismo.

Davanti a questa crisi si potevano percorrere due strade. La prima era quella della nostalgia: difendere fino all’ultimo il modello precedente, conservare strutture e consuetudini, continuare a proporre una religiosità costruita per una società che nel frattempo non esisteva più. La seconda era molto più difficile: ricominciare a evangelizzare.

È questa seconda strada che considero particolarmente interessante nell’esperienza francese. Non si è trattato semplicemente di inventare qualche nuova iniziativa pastorale. È cambiata progressivamente la domanda di fondo. Non più soltanto: come possiamo conservare quello che abbiamo? Ma: come possiamo generare nuovi cristiani in una società che non è più cristiana per tradizione? 

È una differenza enorme.

Significa abbandonare la mentalità ecclesiale del “tirare a campare”, nella quale tutte le energie vengono impiegate per mantenere ciò che esiste, anche quando ciò che esiste non riesce più a trasmettere la fede. Significa avere il coraggio di ripartire dall’annuncio del Vangelo, dalla formazione cristiana, dalla catechesi e dall’accompagnamento delle persone, e significa soprattutto comprendere una realtà che in Italia forse facciamo ancora fatica ad accettare: oggi non basta più evangelizzare i bambini. Bisogna tornare a evangelizzare gli adulti.

Per decenni abbiamo costruito gran parte della pastorale sull’idea che il bambino ricevesse la catechesi mentre alle sue spalle esisteva una famiglia capace di continuare, almeno culturalmente, quella trasmissione. Oggi non possiamo più darlo per scontato.

Molti adulti hanno ricevuto i sacramenti, ma possiedono una conoscenza molto fragile del cristianesimo. Altri hanno interrotto da anni qualsiasi rapporto con la comunità ecclesiale. Altri ancora si avvicinano alla fede senza averla mai realmente conosciuta è a loro che bisogna tornare a parlare.

La vera questione, allora, non è riempire le chiese per un giorno. È costruire comunità capaci di accompagnare una persona per anni. Per farlo può essere necessario persino avere il coraggio di rimettere in discussione alcune pratiche religiose consolidate nel tempo. Non perché la tradizione debba essere cancellata, ma perché occorre continuamente domandarsi se le nostre attività conducano realmente all’incontro con Cristo oppure siano diventate semplicemente abitudini che continuiamo a ripetere.

Non tutto ciò che abbiamo sempre fatto deve necessariamente essere fatto per sempre nello stesso modo.

Questa è forse una delle lezioni più scomode della secolarizzazione. Essa ci ha tolto molte sicurezze, ma ci obbliga anche a distinguere ciò che appartiene veramente all’essenza dell’esperienza cristiana da ciò che apparteneva a una particolare stagione storica del cattolicesimo europeo. Ed è qui che il caso francese diventa una domanda rivolta direttamente all’Italia. Anche noi vediamo diminuire la partecipazione religiosa, anche noi assistiamo alla difficoltà delle famiglie nel trasmettere la fede, anche noi conosciamo comunità sempre più anziane e sacerdoti chiamati a sostenere un numero crescente di parrocchie, eppure, il rischio è continuare ad affrontare problemi nuovi utilizzando categorie pastorali costruite per un mondo che non esiste più.

L’Italia avrà il coraggio di cambiare?

Avremo il coraggio di investire meno energie nella semplice conservazione e molte di più nella formazione? Sapremo costruire veri percorsi di evangelizzazione degli adulti? Sapremo accompagnare chi ritorna alla fede dopo venti o trent’anni? Sapremo parlare a chi entra in una chiesa senza conoscere più neppure il significato dei gesti che vi si compiono? E, soprattutto, sapremo rinunciare a qualcosa quando ci accorgeremo che quel qualcosa assorbe enormi energie ma non genera più vita cristiana?

Sono domande che non riguardano soltanto l’Italia. Riguardano la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e, più in generale, tutti quei Paesi europei nei quali esistono ancora profonde radici cattoliche, ma nei quali il legame tra cristianesimo e società si sta rapidamente trasformando. Forse abbiamo commesso per troppo tempo un errore: considerare la secolarizzazione soltanto come una sconfitta. Può diventare anche una provocazione salutare. Ci costringe a uscire dall’illusione che basti amministrare ciò che abbiamo ricevuto. Ci obbliga a tornare all’essenziale. Ci ricorda che la Chiesa non esiste semplicemente per conservare una presenza sociale o delle tradizioni, ma per annunciare il Vangelo.

La Francia sembra aver compreso, almeno in alcune sue esperienze ecclesiali, che alla fine di un cristianesimo di abitudine non si risponde ricostruendo artificialmente il passato, sirisponde tornando a generare cristiani.

Meno nostalgia, dunque, e più evangelizzazione.
Meno semplice conservazione e più formazione.
Meno paura di perdere ciò che eravamo e più coraggio di domandarci ciò che siamo chiamati a diventare.


La Francia sembra aver iniziato questo cammino.
L’Italia saprà farlo? 
E l’Europa dalle antiche radici cattoliche avrà il coraggio di fare altrettanto?

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