24 Nov
24Nov

C’è una cosa che facciamo tutti, da sempre: raccontiamo storie. Non solo per intrattenerci, ma per dare un senso al mondo o alla nostra stessa vita. Il nostro cervello preferisce i racconti ai dati: un inizio, una svolta, un finale. Una storia ci coinvolge, ci emoziona, ci aiuta a ricordare, a rappresentare fatti vita (anche personale) per dare un’immagine al modo non sempre veritiera. È per questo che certi episodi ci restano impressi e diventano quasi simboli, anche quando parlano di persone comuni. 

La vicenda della famiglia che vive nei boschi del Chietino, in un casolare senza acqua ed elettricità, ha fatto il giro del Paese. Due genitori, tre bambini, una vita fuori dagli schemi moderni, niente scuola tradizionale. E come sempre sui social e nel dibattito pubblico sono emersi gli schieramenti dei pro e contro, gli opinionisti. 
Questa storia ci ha preso subito perché ha tutte le caratteristiche della narrazione che funziona: 

  • una scelta radicale,
  • il ritorno alla natura,
  • la ribellione alla modernità,
  • e l’immagine poetica dei bambini cresciuti tra gli alberi.

Per molti è diventata il simbolo di un’educazione più autentica, “pura”, in contrasto con la società contemporanea. Quando una vicenda diventa una “grande storia”, però, rischiamo di vedere solo la parte romantica, perdendo di vista la realtà concreta. Nel caso specifico, sono emerse questioni importanti: 

  • i bambini vivevano isolati,
  • senza servizi essenziali,
  • fuori da percorsi scolastici riconosciuti,
  • con forti limitazioni nella socializzazione.

Tutto questo ha portato a un intervento delle autorità perché, quando ci sono di mezzo dei minori la responsabilità è grande e non può essere romanticizzata. 

A complicare ancora di più le cose, c’è poi la strumentalizzazione politica della vicenda. Ogni volta che una storia diventa un simbolo, qualcuno prova a usarla per portare acqua al proprio mulino: chi per attaccare lo Stato, chi per esaltare la “vita pura”, chi per denunciare presunti abusi, chi per difendere o criticare la modernità. 

Il problema è che questa polarizzazione non aiuta nessuno, anzi finisce per danneggiare soprattutto quelle famiglie che, nel pieno rispetto della legge e dei diritti dei bambini, ogni giorno svolgono il proprio ruolo educativo con equilibrio, dentro un contesto non solo familiare, ma anche sociale, culturale e civile, che fa parte del Paese in cui viviamo. Sono famiglie che cercano dialogo, sostegno, chiarezza. Non slogan. E tantomeno scontri ideologici costruiti su casi estremi trasformati in bandiere politiche. 

Le storie affascinano perché ci offrono soluzioni semplici a problemi complessi, ma proprio per questo dobbiamo fare attenzione. Idealizzare una scelta estrema, o usarla come arma politica, significa perdere di vista ciò che davvero conta: il benessere dei bambini, e il lavoro silenzioso di migliaia di genitori che educano nel mondo reale, non in una fiaba. 

La vicenda della famiglia nel bosco ci ricorda quanto facilmente un fatto possa diventare un simbolo. E quanto rapidamente quel simbolo possa sfuggire di mano, trasformandosi in battaglia politica o in racconto idealizzato. Le storie sono importanti, sì, ma solo se restiamo capaci di guardare oltre il loro fascino e di capire che, nella vita vera, l’educazione dei figli si costruisce giorno per giorno, dentro una comunità, con diritti, responsabilità e relazioni che vanno ben oltre il perimetro di un casolare tra gli alberi.

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