La notizia della morte delle gemelle Kessler ha suscitato in me un sentimento complesso, fatto di rispetto, tristezza e riflessione.
Alice ed Ellen, icone dello spettacolo europeo e figure amatissime anche in Italia, hanno scelto di congedarsi dalla vita insieme, così come insieme avevano percorso ogni fase della loro lunga esistenza. Hanno deciso di ricorrere al suicidio assistito in Germania, una scelta che hanno affrontato lucidamente, dopo colloqui con medici e legali, in un Paese in cui la procedura è prevista dalla legge.
Come cristiano, sento il bisogno di esprimere apertamente una convinzione che per me rimane fondamentale: credo nel valore sacro della vita, dal suo concepimento fino alla sua fine naturale. Per questo non posso condividere l’idea del suicidio assistito come risposta al dolore o alla fragilità degli ultimi anni. Credo che ogni vita, anche quando attraversata dalla sofferenza, meriti di essere accompagnata con cura, ascolto e dignità.
Detto questo, rispetto profondamente la loro decisione. Non è stata una scelta dettata da pressioni esterne, né da appartenenze religiose o ideologiche; è stata la scelta di due donne che hanno sempre vissuto all’unisono e che hanno voluto affrontare l’ultimo passo con la stessa unità. Possiamo non condividerla, ma non possiamo negare la responsabilità e la consapevolezza con cui è stata presa.
Devo però dire che trovo fuori luogo e, in alcuni casi sinceramente scomposte, le reazioni di chi legge questa vicenda con la lente territoriale e identitaria, come se fosse un affronto all’Italia o un gesto da trasformare immediatamente in una bandiera “pro life” agitata in modo automatico. La sofferenza umana non merita di essere ridotta a slogan o usata per alimentare contrapposizioni ideologiche. Parlare della fine della vita richiede rispetto, silenzio, profondità: non tifo e non semplificazioni.
La storia delle gemelle Kessler, al contrario, ci invita a una riflessione più ampia e matura, che riguarda tutti noi, soprattutto in Italia. Oggi, quando si parla di malattie terminali o di condizioni di vita segnate da sofferenze non più reversibili, ci troviamo di fronte a una realtà difficile: il nostro sistema sanitario non riesce ancora a garantire, in modo uniforme, cure palliative adeguate e un’assistenza capace di rendere sopportabile il dolore.
Troppe persone vivono gli ultimi mesi o anni della loro vita con un peso che va oltre la malattia stessa: solitudine, mancanza di supporto, insufficienza delle risorse, disorientamento. E allora il punto non è solo giudicare o meno la scelta di chi decide di anticipare la propria fine, ma chiederci: cosa facciamo per offrire alternative reali? Cosa facciamo per permettere a chi soffre di sentirsi accompagnato, sostenuto, accolto? Una società che si prende cura della vita deve farlo soprattutto quando la vita è più fragile.
Se davvero vogliamo difendere la “fine naturale” dell’esistenza, dobbiamo impegnarci perché sia anche una fine dignitosa, umana, circondata da attenzione e non dall’abbandono. Analizzare la scelta delle gemelle Kessler significa anche questo: prendere sul serio ciò che la loro storia ci restituisce e lavorare affinché nessuno senta di non avere altra scelta che andarsene prima del tempo.