19 Jan
19Jan

La Parrocchia S. Teresa di via Filippo Parlatore è stata condannata al risarcimento per gli schiamazzi dei ragazzi dell’oratorio. Sì, avete letto bene: non per un rave clandestino, non per un concerto heavy metal improvvisato, ma per il sacro, antichissimo e (pare) intollerabile rumore dei bambini che giocano.

Ora, mettiamo subito i puntini sulle i (che, per inciso, fanno pochissimo rumore): il diritto alla quiete, al riposo e alla convivenza civile è sacrosanto. Nessuno auspica notti insonni o pomeriggi scanditi da urla degne di una curva sud. La legge tutela, giustamente, chi vuole leggere un libro, fare una pennichella o semplicemente sentire il ronzio del frigorifero come unica colonna sonora domestica.

Detto questo, però, Palermo non è esattamente una città tappezzata di parchi, playground e spazi di aggregazione gratuiti. Qui il diritto al gioco non è un capriccio folkloristico, ma una necessità sociale. L’oratorio, con il suo campetto spelacchiato e i palloni sgonfiati a forza di sogni, è spesso l’ultimo avamposto educativo rimasto nei quartieri: un luogo dove si impara a stare insieme, a perdere senza spaccare tutto, a vincere senza sentirsi padrini.

E allora l’ironia è servita: punire il rumore dei bambini rischia di produrre un silenzio ben più assordante. Perché quando le agenzie educative arretrano, quando gli spazi si chiudono e le saracinesche si abbassano, non entra il silenzio zen, ma qualcos’altro. Entra il campo libero: alla malavita che offre “aggregazione” alternativa, alla droga che non fa rumore ma fa danni, all’alcol che non urla ma stordisce.

La sentenza ci ricorda che le regole vanno rispettate. Ma la città ci ricorda che le regole senza luoghi diventano trappole. Forse la soluzione non è tappare le bocche ai bambini, ma governare il rumore: orari chiari, barriere acustiche, mediazione, buon senso. Insomma, più politica urbana e meno tappi per le orecchie.

E c’è un ultimo rumore, più sottile ma destinato a durare molto più a lungo degli schiamazzi dell’oratorio: quello delle scelte di oggi che costruiscono o svuotano le città di domani.

Le città future non dipendono solo dai piani regolatori, dai fondi europei o dalle delibere comunali. Dipendono anche – e forse soprattutto – da chi le abita, da chi sceglie se restare o andare via, da chi si sente accolto o tollerato a fatica. Ogni volta che un luogo educativo viene vissuto come un problema anziché come una risorsa, si manda un messaggio chiarissimo alle nuove generazioni: qui non c’è spazio per te.

Non è una questione giuridica, ma emotiva. I ragazzi che oggi vengono rimproverati perché fanno rumore mentre giocano saranno gli adulti di domani che assoceranno la loro città non ad opportunità, ma a divieti; non a comunità, ma a conflitto; non a futuro, ma a nostalgia. E quando arriverà il momento di scegliere se restare o partire, il ricordo che peserà non sarà la sentenza, ma il sentimento di non essere mai stati davvero voluti.

Così Palermo, come tante città del Sud, rischia di perdere non solo decibel, ma energie, talenti, speranze. Il silenzio che resta, allora, non è quello rassicurante della quiete, ma quello triste delle serrande abbassate e dei biglietti di sola andata.

Forse vale la pena chiedersi se vogliamo città impeccabili e mute, o città imperfette ma vive. Perché una città davvero civile non è quella dove non si sente nulla, ma quella dove il diritto al silenzio convive con il diritto a crescere. E se ogni tanto un pallone rimbalza un po’ più forte, forse è il prezzo, tutto sommato accettabile, di una comunità ancora viva.

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