28 Oct
28Oct

Nei giorni scorsi, la Basilica di San Pietro ha accolto un evento dal forte valore simbolico: il Cardinale Raymond Leo Burke ha celebrato una Messa solenne in latino, secondo l’antico rito romano. È la prima volta da anni che una celebrazione del genere torna nel cuore della cristianità, e il fatto che avvenga proprio ora, dopo un pontificato che ha posto forti limiti al rito antico, non è casuale. È un segno, una dichiarazione d’intenti, una rivendicazione di spazio per una sensibilità che si sente ai margini. 

Ma più che una semplice questione liturgica, questo episodio, a mio avviso, si inserisce in una dinamica più ampia: quella di una comunicazione ecclesiale sempre più schiacciata tra due polarità opposte: il ritorno nostalgico al passato e la corsa alla spettacolarizzazione del presente, per non addentrarsi, in aggiunta, alla sostanza teologica che marca la differenza tra come il Concilio di Trento concepiva la Celebrazione Eucaristica e come, invece, l'ha riformulata il Vaticano II.

Da un lato, la rivendicazione tradizionalista. Chi partecipa a queste celebrazioni parla spesso di sacralità perduta, di mistero ritrovato, di bellezza che eleva l’anima. Dietro queste motivazioni, sincere e profonde, si nasconde talvolta anche un bisogno di sicurezza, di identità, di ancoraggio in un mondo che cambia troppo in fretta. Il latino, i paramenti antichi, la gestualità precisa diventano così non solo strumenti di preghiera, ma rifugi simbolici.

È come se, nel sentirsi smarriti di fronte a un mondo ecclesiale in trasformazione, alcuni trovassero nella forma antica una corazza: la certezza che, almeno lì, tutto resti com’era, tutto resti “giusto”. Così la dottrina diventa un baluardo, la liturgia un’arma identitaria, e la nostalgia un modo per difendersi dall’inadeguatezza percepita del proprio ruolo nella Chiesa contemporanea. 

Dall’altro lato, c’è un fenomeno di segno opposto ma speculare: la deriva dell’“influencer ecclesiale.
Sacerdoti e religiosi che popolano i social con linguaggi accattivanti, dirette quotidiane, slogan spirituali e storytelling emozionali. È un modo di abitare la comunicazione che può essere generoso, desideroso di vicinanza, ma che facilmente scivola in deriva mondana.

Anche qui, a ben vedere, può nascondersi lo stesso bisogno di riconoscimento: di sentirsi utili, ascoltati, efficaci in un tempo in cui il prete, la suora, il credente spesso si percepiscono come figure marginali. Allora ci si reinventa comunicatori, si diventa “operatori sociali da ONG”, costruttori di consenso, manager del bene. Il rischio è che il messaggio evangelico si diluisca, trasformandosi in un discorso motivazionale o filantropico, più che in un annuncio di salvezza. In entrambi i casi, che si tratti della Messa in latino o del video virale su TikTok, la tensione di fondo è la stessa: come abitare oggi il proprio ruolo nella Chiesa, quando le vecchie certezze sembrano dissolversi e i nuovi linguaggi appaiono precari?

Quando non ci si sente più a proprio agio né nell’istituzione né nel mondo, si tende a rifugiarsi o nel dogma o nell’immagine. E in entrambi i casi si finisce per assolutizzare se stessi: o come custode della purezza perduta, o come testimone dell’apertura a ogni costo. Ma la comunicazione evangelica non è né nostalgia né show.

È testimonianza, parola incarnata, gesto gratuito. È la voce di una Chiesa che non si difende e non si promuove, ma serve. La Messa del cardinale Burke a San Pietro, in questo senso, è una provocazione per tutti: per chi rimpiange un passato perfetto e per chi corre dietro al consenso. Ricorda che la liturgia non è una bandiera, ma un dono; e che la modernità non si evangelizza imitando i suoi meccanismi, ma abitandoli con autenticità.

La sfida non è scegliere tra tradizione e innovazione, ma riconciliare entrambe nella verità di un annuncio che resta sempre nuovo, proprio perché non ha bisogno di essere spettacolare per essere credibile.

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