19 Feb
19Feb

Tante volte dopo aver pubblicato un post, aver raccontato di una esperienza, o semplicemente, dopo aver fatto un giro sui social mi fermo a fare una riflessione.

La comunicazione nelle nostre parrocchie è diventata, negli ultimi anni, una dimensione quasi inevitabile. Siti, pagine social, gruppi WhatsApp, locandine digitali: tutto passa attraverso un flusso continuo di immagini e parole. C’è una diffusa convinzione, spesso giusta, che ciò che non viene comunicato rischi di non esistere. E così cresce la tentazione di comunicare tutto: iniziative, celebrazioni, incontri, momenti di festa.

Tuttavia, la quantità non coincide automaticamente con la qualità. Molte volte la comunicazione parrocchiale sconta una certa improvvisazione: buona volontà, disponibilità, entusiasmo, ma non sempre competenza. E questa mancanza di consapevolezza comunicativa finisce per non rendere un buon servizio alla comunità stessa.

Basta osservare le immagini che circolano. Frequentemente troviamo primi piani di dettagli liturgici, celebranti fotografati da ogni angolazione, vescovi ripresi mentre parlano quasi parola per parola. Sono immagini che raccontano molto di chi presiede, ma poco di chi partecipa. Raramente vediamo fotografie dell’assemblea, del popolo riunito, della comunità concreta che celebra.

In un primo momento si potrebbe pensare che la ragione sia legata alla privacy. In parte è vero: oggi esiste una maggiore attenzione alla tutela delle persone, ed è giusto che sia così. Ma questa spiegazione non basta a chiarire uno stile comunicativo che, sistematicamente, mette al centro la figura del celebrante e lascia ai margini l’assemblea.

Dietro questa modalità sembrano emergere due convinzioni di fondo. La prima è il personalismo. Senza volerlo, la comunicazione rischia di accentuare il ruolo del singolo: il sacerdote, il vescovo, il relatore, come se l’evento ecclesiale coincidesse con chi lo guida. Eppure la liturgia, la vita parrocchiale, l’azione pastorale non sono mai performance individuali: sono azioni del popolo di Dio. Quando la comunicazione dimentica l’assemblea, tradisce proprio ciò che la Chiesa è.

La seconda convinzione è la paura. La paura di mostrare chiese semi vuote, di rendere visibile la fatica della partecipazione, di raccontare una realtà meno piena di quanto vorremmo. Così si preferiscono inquadrature strette, dettagli, primi piani che evitano lo sguardo d’insieme. È una scelta comprensibile, ma rischia di costruire una narrazione poco autentica.

E qui sta il nodo decisivo: comunicare non significa abbellire la realtà, ma interpretarla. Non si tratta di esibire numeri o di nascondere fragilità, bensì di raccontare ciò che c’è anche quando è piccolo, incompleto, in cammino. Un’assemblea non numerosa può comunque esprimere relazioni, ascolto, preghiera, fraternità, fallimenti, cambiamento della società… E proprio questo merita di essere mostrato. 

Servirebbe allora una conversione dello sguardo comunicativo. Passare dal protagonista alla comunità, dal dettaglio isolato alla scena condivisa, dall’evento alla relazione. Non smettere di fotografare chi presiede, ma ricordarsi che chi presiede lo fa per un’assemblea. Non temere le immagini larghe, perché raccontano verità ecclesiale.

Questo richiede alcune competenze: conoscere il linguaggio delle immagini, riflettere su cosa vogliamo trasmettere, chiedersi sempre quale idea di Chiesa stiamo comunicando. Ma richiede soprattutto una consapevolezza teologica: la Chiesa non è fatta da chi sta davanti, ma da chi celebra insieme.

In fondo, la comunicazione è già pastorale. Non è un accessorio. Ogni foto, ogni post, ogni locandina educa a uno sguardo. Può rafforzare il personalismo oppure far emergere il senso del popolo. Può alimentare la paura oppure generare fiducia nella realtà così com’è.

Forse il passo più importante non è comunicare di più, ma comunicare meglio. E meglio significa più vero, più comunitario, più capace di mostrare che la fede non è mai un primo piano solitario, ma sempre una scena condivisa.

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