Troppo spesso, in quelle notti di musica e luci (legalizzate), l’alcol e le sostanze trovano un terreno fertile per diffondersi, normalizzandosi, diventando parte del “divertimento” stesso. È un segnale che non possiamo più fingere di non vedere.

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È la malattia dell’anima che si consuma lentamente quando la fede si riduce a gesto, a parola, a forma esteriore; quando ciò che è chiamato a essere incontro, diventa abitudine; quando il fuoco si spegne sotto le ceneri del dovere.

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Quando non ci si sente più a proprio agio né nell’istituzione né nel mondo, si tende a rifugiarsi o nel dogma o nell’immagine. E in entrambi i casi si finisce per assolutizzare se stessi: o come custode della purezza perduta, o come testimone dell’apertura a ogni costo. Ma la comunicazione evangelica non è né nostalgia né show.

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Negli ultimi anni si è registrato un aumento significativo del numero di giovani che ricorrono al supporto psicologico o all’uso di psicofarmaci per affrontare stati di ansia, depressione, insicurezza e stress. Quello che una volta veniva percepito come un segno di debolezza oggi è divenuto, fortunatamente, un gesto più comune e socialmente accettato: chiedere aiuto.

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Le parole della Ministra Roccella sul tema dell’antisemitismo e, ancor più, sul ruolo delle università come presunti “luoghi del non-pensiero”, lasciano un retrogusto amaro. Non solo per ciò che affermano, ma per ciò che implicano: la pretesa di un monopolio morale sulla memoria e sull’interpretazione della storia.

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In troppi contesti, ancora oggi, i giovani crescono senza alternative concrete, senza modelli positivi a cui guardare, immersi in un contesto dove la forza e l’arroganza sembrano le uniche strade per ottenere rispetto o visibilità.

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San Francesco non fu il fondatore di un’identità nazionale. Fu, semmai, il testimone di una fraternità senza confini. Ed è questo, oggi, il messaggio più rivoluzionario — e più politico — che continuiamo a ignorare.

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Nel dramma del conflitto israelo-palestinese, la parola del credente non può ridursi a slogan o a bandiere. Né la Chiesa può farsi parte di cortei o iniziative che rischiano di snaturare la sua missione.

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Io credo che occorra una seria agenda per ricucire il rapporto tra la politica e i cittadini che potrebbe partire da alcune scelte semplici: rinnovare classe politica, mettere i giovani al centro, spostare la spesa sui servizi.

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Il paradosso è lampante: si difendono i “valori cristiani”, ma si tradiscono le Beatitudini. Si predica la “legge di Dio”, ma si dimentica la sua misericordia. Si invoca la famiglia, ma si calpestano i poveri, i migranti, i fragili. È un cristianesimo piegato a ideologia, che finisce per negare ciò che afferma di custodire.

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Le comunità parrocchiali, oggi più che mai, vivono il rischio di rimanere impantanate nelle polarizzazioni. Divisioni interne, contrapposizioni ideologiche e la tentazione di ridurre la vita ecclesiale a un’arena di discussione sociale e politica, finiscono per spegnere lo slancio missionario che dovrebbe invece animare il Popolo di Dio.

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La sua scelta dolorosa ci mette davanti a una verità che non possiamo ignorare: nessuno dovrebbe sentirsi così solo o non accettato da arrivare a pensare che la vita non valga più la pena di essere vissuta.

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